Ricordi
di un tempo andato…..
Vita
all’aperto
Durante
la transumanza si dormiva all’aperto, sotto l’ombrello
perché non c’erano rifugi, un ombrello particolare
perché era molto grande, e i pastori se lo portavano
a tracolla. I contadini erano amici dei pastori, gli
offrivano qualcosa da mangiare e i pastori, quando
ripassavano in primavera, lasciavano in cambio il
formaggio. Le pecore, intanto, passando concimavano
i loro campi….
Per arrivare in Puglia dall’Abruzzo si impiegavano dai 15 ai 20 giorni. Si camminava tutto il giorno;
ogni sera ci si fermava in un riposo dove si sistemavano
gli stazzi per la notte. La mattina dopo si ripartiva.
Quando i pastori si spostavano
da una sosta all’altra, quelli che guidavano il gregge
partivano la mattina presto. I butteri caricavano
tutto sui muli e partivano dopo di loro, ma arrivavano
3 o 4 ore prima perché erano più veloci, preparavano
l’acqua , la legna, il mangiare.
Il gregge arrivava poco prima del tramonto.
Dura la vita, allora!
La vita per
i pastori era estremamente
faticosa. Essi vivevano lontano dal mondo, soggetti
agli attacchi dei lupi ed alle inclemenze del tempo.
L’acqua era poca e spesso erano costretti a
bere dalle pozzanghere.
I pastori più
esperti conoscevano dove potersi rifornire d’acqua.
C’erano delle piccole cavità dove si raccoglieva l’acqua,
chiamate “gli acquare”.
Spesso quest’acqua imputridiva
e, per poterla bere, bisognava passarla con un fazzoletto
per eliminare le impurità e i vermi che vi si formavano.
I cani
Anche i cani
vivevano in condizioni estreme: il loro pasto era
costituito dai pochi resti di ciò che mangiavano
i pastori e dal siero del latte con cui si produceva
il formaggio. Il collare (nella foto) li difendeva
dal morso dei lupi.
Il bagaglio del “nomade
I
pastori portavano con sè
i vestiti e la biancheria che le loro donne avevano
preparato: 8 camicie e 8 paia di calzettoni, 8 maglie,
qualche paia di pantaloni,
tutto quello che era necessario per otto mesi. Gli
uomini portavano ago e filo per mettere qualche toppa
dove serviva, e lasciavano modeste provviste alle
famiglie sicuramente insufficienti per tutto il lungo
periodo della loro assenza.
La partenza era pervasa
da un profondo senso di tristezza e di rammarico così
come ci testimoniano alcune strofe che ci sono state
tramandate: “devo
partir lo vuol sorte crudele e il grave e la mia pena
e il mio tormento !...............
La donna del pastore non era… femminista
Le condizioni della donna non erano molto felici, non veniva interpellata nelle decisioni, era più un’addetta che
una padrona di casa. Il suo compito era servire i
suoi figli e il marito. All’età di 20 anni, lasciava
la casa paterna per recarsi alla casa del marito,
sul dorso di un mulo. Qui trascorreva molte ore filando
e leggendo spesso libri di preghiere. Questo modo
di vita accelerava il suo processo di
invecchiamento, le sue grazie femminili scomparivano.
La donna lavorava le stoffe per ore ed ore sul pesante
telaio, le gonne le coprivano le caviglie e contribuivano
a farla sembrare più vecchia.
Il pastore non era molto aperto
Il pastore, conduceva una vita dura, isolata, e la vecchiaia
era molto precoce nella giovinezza. Nella comunità
era considerato un asociale. Per lui era normale vivere
come un nomade, infatti nella
scodella dove mangiava si insaponava per radersi.
Il rapporto con i figli era duro, con la moglie, frenato,
legato alle scadenze della
transumanza. Il concepimento dei figli avveniva a
Giugno, quando i pastori tornavano dalla Puglia.
La durata media della vita per l’uomo e per la donna era
bassa e la mortalità, in età infantile e giovanile,
era molto alta.
Il ritorno a casa
“A lu vendotte magge reve j’amatu sposo.
Torcenne cu
lu fuso,ru
vache a raspettà”.
Il ventotto maggio torna
l’amato sposo
Avvolgendo il fuso, vado ad aspettarlo.
A
giugno si torna, finalmente! Il ritorno dei pastori
è un lieto avvenimento. All’ultima tappa del tratturo,
i butteri accelerano il passo così
il primo gioioso annunzio è la loro entrata
in paese. Le redine
(i muli) sfilano maestosamente mettendo in mostra
le squisite paste foggiane caricate sopra i loro dorsi.
I bambini abruzzesi, al ritorno dei loro padri, cercano
di immaginare le splendide montagne pugliesi. In testa
alle redini c’è l’icona dell’Incoronata. Ma ciò che
conferisce alla festa del ritorno un vero carattere
pubblico è la dispensa del
latte ai poveri.
Gli antichi tratturi
Ancora oggi si intravedono tracce degli antichi tratturi che collegavano
l’ Abruzzo alla Puglia e che venivano percorsi dagli
armenti nelle loro trasmigrazioni periodiche. Acquistano
così molta importanza perché, in condizioni propizie,
essi fornivano cibo alle greggi
e diventavano parte integrante del paesaggio. Lungo
il percorso i pastori e gli
armenti potevano trovare ricoveri dove trascorrere
le notti più fredde, rozzi recinti, chiese silenziose
circondate da verde. I tratturi venivano
utilizzati due volte l’ anno: in maggio i pastori
con gli armenti risalivano dalla Puglia, ormai priva
di pascoli, per avviarsi sulle montagne abruzzesi
ricche di verde. In ottobre invece i pastori abbandonavano
le montagne abruzzesi già innevate, per recarsi nelle
pianure pugliesi, calde
e ricche di pascoli. I tratturi erano larghi
da un minimo di 18.50 m (tratturi, tratturelli,
bracci ) ad un massimo di 111 m, erano lunghi circa
250 Km. Il loro inizio era segnato da un masso
ben visibile che si chiamava Titolo.
foto tratte dal libro "Pastori di Valcamonica"
di Mario Berruti http://www.cigv.it/gallery/Pastori